“A Istanbul eravamo una macchina pronta a travolgerli.
Nel primo tempo avevamo la sensazione di essere troppo forti, troppo completi.
Sul 3-0 sembrava fatta.
Ma chi dice che abbiamo festeggiato nell’intervallo… non sa di cosa parla.
Nessuno rideva, nessuno scherzava. Anzi, c’era tensione.
Sapevamo che il calcio, soprattutto nelle finali, non perdona.
E poi è successo l’impossibile.
Un gol, poi un altro, poi un terzo in pochi minuti.
Gerrard era ovunque, correva per tre, sembrava non avere limiti.
Ci ha trascinati dentro un incubo.
Sul 3-2 ci siamo smarriti, sul 3-3 abbiamo cercato di reagire.
E poi quella parata… Dudek che allarga un braccio all’ultimo secondo, Sheva che tira da un metro e la palla che non entra.
Il destino aveva deciso così”.

“Ai rigori, il silenzio.
Un silenzio che ti entra dentro.
Nessuno parlava, nessuno cercava scuse.
Solo facce vuote, occhi persi, famiglie accanto e un dolore che non si può spiegare.
Rino quell’estate non si è perdonato nulla.
Voleva andarsene, ma Galliani lo convinse a restare.
E meno male.
Perché proprio da lui, da Gattuso, da Maldini, da Pirlo, da Ambrosini, è partita la rinascita.
Paolo ci guardò e disse poche parole, ma bastarono:
“Rimbocchiamoci le maniche. Si riparte.
E da quel silenzio di Istanbul è nato il Milan di Atene.
La vendetta perfetta”.