“Maradona ha fatto identificare la gente, soprattutto quella più in difficoltà. È stato trasversale. Come si può capire questo fenomeno mondiale? Io non lo so. Ma so che non si può utilizzare solo la logica. Si tratta di emozioni. Alcuni dicono che non è stato un buon esempio. Lui ha sempre detto che non voleva essere un modello per nessuno, quello che voleva era essere uno come gli altri. Questo gli è stato negato, ma non si è mai lamentato. I suoi peccati li ha pagati in contanti. Non ha cercato alibi. Nemmeno per la sua dipendenza dalla cocaina. Tuttavia io mi chiedo: quanto valgono, oggi certi valori? Non ha mai fatto una smorfia o protestato per il passaggio sbagliato di un compagno. Quando doveva correggere qualcuno, aspettava che si svuotasse lo spogliatoio, soprattutto se era giovane, come racconta Ferrara. Non si è mai lamentato per i falli e ne ha subiti tanti. Ha sempre difeso i compagni. Li considerava sempre i più forti e li faceva sentire i migliori. Poteva arrivare tardi a un allenamento, ma ha sempre giocato, infortunato o malato. È stato condizionato dalla dipendenza, ma mai dalla mancanza di motivazione. Se l’è presa con i forti, mai con i deboli: con il presidente degli Usa, della Fifa, della Afa (Federcalcio argentina), con Matarrese. Lui diceva cose che tanti di noi avrebbero voluto dire. Noi le abbiamo pensate, ma abbiamo misurato le conseguenze. Lui non misurava, agiva. È stato tradito dal suo amico d’infanzia e dal manager fidato, ma lui ha continuato a credere nelle persone. È stato un capopopolo, sia a Napoli che in Argentina. La sua gente lo amava, perché sentiva di essere amata dal più grande. Si sentiva capita, non giudicata“.

Julio Velasco

