Da quel 22 gennaio 2024 quando Gigi Riva si spense nella sua Cagliari, il calcio non è più come prima. Giocatore senza tempo, dove la filosofia del calcio si incastra con la magia di un calcio che già all’epoca sembra moderno e alternativo. Giocatore sublime e appassionato, che con quegli scarpini neri come la pece accarezzava la palla addomesticandola come pochi hanno fatto nella storia di questo sport.

Leggendo tra le righe della sua autobiografia “Mi chiamavano Rombo di Tuono” si carpiscono pezze di vita e stralci di partite. Gigi è come averlo di fronte mentre si legge il libro che incarna il personaggio e la persona. “ Ho sempre vissuto e ancora vivo di pudori, magari anche eccessivi. E non mi piace mica tanto raccontare i miei gol. Mi mette in imbarazzo. E invece no, faccio un’eccezione, ma questo gol lo devo proprio raccontare. Siamo a Vicenza, 18 gennaio ’70. Cross di Gori dalla linea di fondo, sulla sinistra, sponda in mezzo di Domenghini, la palla mi scavalca ma riesco a prenderla, ad arpionarla lassù in rovesciata, e faccio gol. Mentre arrivano i compagni a festeggiare, e io sono ancora per terra, mi sento dire da dietro : “Ma brutta bestia”. E comincio a ridere, perché la voce era quella di Pianta, portiere del Lanerossi, che era stato con me a Cagliari per quattro anni, e alla fine di ogni allenamento io bombardavo da lontano, in quello che con il passare del tempo era diventato un rito irrinunciabile. Che innanzitutto mi divertiva, ma serviva anche a tener caldo il piede per le punizioni che avrei battuto la domenica”.
Gigi Riva
